Come gli uomini della Savana

masai savanaTale sistema di comunicazione è usato ancora oggi come agli albori della evoluzione, quando i nostri antenati vivevano nella savana africana.
Nella savana le regole si applicano e si rispettano spontaneamente perché indispensabili per la sopravvivenza. Vivendo di caccia, di raccolta dei frutti e di pascolo, ogni giorno sono necessarie ore di cammino. I passi dei nostri antenati alternavano ritmi tranquilli (raccolta e pascolo) ad accelerazioni improvvise (caccia).
Così i loro corpi si trasformavano in figure snelle, potenti, veloci ed efficienti, adatte ad un lavoro fisico orientato alla crescita ed al mantenimento della vita.

Il grasso in eccesso è inutile, rallenta gli spostamenti e comporta energia per trascinarlo. Il cibo disponibile fornisce costante nutrimento così da ripristinare le energie spese. Sempre in movimento, le ossa si rafforzano e le articolazioni si fanno meno rigide, mentre cuore e circolazione affinano il loro lavoro con l’apporto di sangue e ossigeno ai muscoli e a tutti i tessuti, cosicchè i muscoli risultano forti, agili e coordinati.

Le funzioni immunitarie proteggevano e proteggono gli organismi e riparano l’usura dovuta ai fastidi di una vita all’aperto (distorsioni, ferite, ematomi, infezioni…)
Il cervello, continuamente sollecitato dai segnali fisici del corpo, aumenta la chimica della positività e dell’ottimismo che sostiene l’umore durante la caccia (energia e curiosità, esplorazione e condivisione, reattività).

La natura ha dunque programmato gli abitanti della savana africana come individui in buona forma, positivi, vigorosi e pieni di energia, con un corpo in perfetta armonia per un’equilibrata gestione del metabolismo e degli stimoli.
Quando bisognava superare momenti di difficoltà, come i periodi di siccità, la stagione piovosa e fresca e la carestia per mancanza di cibo, viene in aiuto una strategia consolidata di sopravvivenza.

La risposta di corpo e cervello a queste condizioni limite è una forma di depressione, normale in natura. Si riducono al minimo tutte le funzioni corporee, si immagazzina cibo in eccesso nella forma di grasso, mentre il sistema immunitario rallenta.
L’azione di protezione: muscoli e articolazioni vengono risparmiati, i corpi ricercano l’immobilità, la chiusura in se stessi. Questa naturale forma depressiva crea rallentamento e sedentarietà. In natura però non c’è ragione per essere sedentari se non per carenza di cibo; la sedentarietà è il segno più importante di decadimento fisico.
Se il nostro antenato, o chi abita oggi la savana, non esce per cacciare o raccogliere, significa che c’è carestia; se c’è carestia, egli deve conservare le risorse possedute.Cosa accade allora nella vita moderna? Assumendo cibo e calorie oltre il fabbisogno e in assenza di attività fisica, si segnala al cervello primitivo che il corpo si sta preparando ad un periodo di carestia.

E’ questo il paradosso della carestia: pur nell’abbondanza e della disponibilità dei nostri tempi, il corpo sedentario e in decadimento si organizza come per una fase di carestia. C’è tuttavia una grande opportunità di modificare i processi e invertire la chimica di questo processo, quella di rimettersi in forma con l’esercizio fisico. Il movimento e l’allenamento sono le risorse per ingannare la natura dalla quale l’uomo evoluto ha divorziato.

I segnali che diamo, attraverso il corpo, al cervello primitivo attraverso i lussi e gli agi tipici dell’attuale stile di vita, non corrispondono alla nostra biologia. Sovrabbondanza di cibo e inattività comportano gravi conseguenze, cosicchè decidere di “darsi una mossa” può evitare future e inevitabili condizioni di malattia, ma anche la morte prima di un’auspicata aspettativa, dentro corpi persuasi di essere in piena carestia. Ci siamo dimenticati che è naturale vivere e morire sani.

(tratto da: R. Travan ; A Dorbolò: “Da domani mi muovo”)

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